6:34 am ● Tuesday, October 30, 2007

L’antilingua, ovvero l’arte di complicare una lingua semplice

Inserito in Comunicazione

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Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata”.

Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: “Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel ritrovamento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante”.

Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente.
Avvocati e funzionari. gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua.

[...]come se “fiasco”, “stufa”, “carbone” fossero parole oscene, come se “andare”, “trovare” “sapere” indicassero azioni turpi.

[...]Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: “io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di me stesso”. La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza di un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi.

[...]Perciò dove trionfa l’antilingua - l’italiano di chi non sa dire “ho fatto” ma deve dire “ho effettuato” - la lingua viene uccisa.

I passi sono tratti da: Italo Calvino - SAGGI 1945-1985 a cura di Mario Barenghi, Arnoldo Mondadori Editore.

5 Responses to “L’antilingua, ovvero l’arte di complicare una lingua semplice”

  1. mamma fullo Says:

    Tiriamo le somme: nel nostro Paese gli idiomi parlati regolarmente sono molti, partendo dai dialetti, per passare alla strana lingua usata dai ragazzi di oggi che accorciano, tagliano, inventano vocaboli che non esistono, per arrivare al “burocratese” passando per le lingue straniere (arabo, albanese, rumeno, moldavo, senegalese, marocchino, cinese, giapponese, tedesco, francese, inglese, ecc.) e infine una strana lingua detta….italiano. Detta lingua credo sia in avanzato stato di “decomposizione”. Per quanto mi riguarda trovo sempre più difficile incontrare qualcuno che sappia esprimersi con un vocabolario più ricco di 500-1000 parole. I sinonimi, i contrari, i verbi, le coniugazioni, le congiunzioni, gli avverbi, gli aggettivi stanno diventando “razze da estinzione”. Mi dispiace dover far notare, soprattutto ai giovani, che stanno rotolando sempre più velocemente sulla china dell’ignoranza (dal latino ignoro=non so).
    Forse la scuola che ho fatto ai miei tempi era “nozionistica”, ma credo di esserne uscita sapendo leggere e scrivere correttamente la nostra lingua, che ritengo essere una fra le più musicali al mondo.

  2. STRADAioli Says:

    L’altra sera ero in compagnia di una ragazza straniera che si trova in Italia da oramai 3 anni.
    Più volte sono rimasto stupito da quanto parli bene la nostra lingua, non solo nell’uso di tempi verbali più complessi (costruzioni con i condizionali, congiuntivi, …) ma anche nell’uso di termini tecnici.
    Tanto per fare un esempio, per dire quello che io avrei espresso con un banale, immediato e poco elegante costrutto: “Lavora in una fabbrica dove fanno le camicie” ha detto “Lavora in una manifattura dove confezionano camicie”.
    Ok, “manifattura” fa un po’ ridere, è forse un po’ troppo Rivoluzione Industriale ma corretto.
    Ho provato una sorta di vergogna e ho dovuto tristemente rendermi conto della povertà ed uso a volte improprio del mio lessico quotidiano… :(

    Devo dire che quando mi sono trovato in Inghilterra per studiare, circa 10 anni fa, professori e compagni di corso mi dicevano che parlavo “l’Inglese della Regina” sin troppo corretto e aulico…

  3. mamma fullo Says:

    Non te la prendere: proprio recentemente ho scoperto che ora è ammesso persino dire ….a me mi piace…Ai miei tempi (uffa che barba sta vecchia che parla sempre dei suoi tempi!) l’insegnante mi avrebbe messo contro il muro dietro alla lavagna (guarda che allora non erano ancora attaccate al muro!). Secondo me si dovrebbe far capire alle nuove generazioni che se si vuole avere un vocabolario più ricco a cui attingere per parlare e scrivere meglio, basterebbe solo leggere un poco di più. E per leggere non intendo fumetti, ma buoni libri scritti da buoni scrittori. Non è indispensabile che siano testi di filosofia o saggi letterari, anche dei buoni romanzi possono servire allo scopo: divertono e arricchiscono la mente!

  4. mamma fullo Says:

    dimenticavo….aggiorna l’ora solare sotto ai post, sei ancora con l’ora legale! :-)

  5. STRADAioli Says:

    Ohpps… pensavo che WordPress lo facesse in automatico…

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